I più Unità

I più Unità d’Italia sono i locali che, durante il Risorgimento, vissero episodi del processo di unificazione nazionale. Individuati dalla ricerca effettuata per l’edizione 2011 della Guida Locali storici d’Italia, in occasione e in omaggio al 150° anniversario dell’Unità d’Italia, il primato delle loro vicende è divenuto patrimonio storico dell’Associazione.

Al Caffè Fiorio di Torino, circolo dei conservatori di ferro, il 18 marzo 1821, tentarono di convincere l’inserviente dello speziale di corte ad avvelenare la medicina di Carlo Alberto di Savoia, che era appena stato nominato Reggente e aveva promulgato la Costituzione.

A Roma, durante i moti del 1831, un folto gruppo di artisti romani, alcuni dell’Accademia di Francia e medici dell’Ospedale di S. Spirito, stanchi di soprusi, delazioni, arresti e condanne, decisero di assaltare la caserma di granatieri di piazza Colonna e si ritrovarono e partirono dal Caffè Greco.

Dal 1831, docenti e studenti pisani, insieme ai patrioti, si trovavano al Caffè dell’Ussero per leggere e commentare le “gazzette” che riferivano dei moti carbonari nelle Romagne, nello Stato Pontificio e nel Regno delle Due Sicilie.

La prima dimostrazione dell’esistenza di una cultura italiana unitaria fu nel 1839 a Pisa, con il 1° Congresso degli Scienziati ltaliani, di cui l’Hotel Royal Victoria ospitò i rappresentanti.

Situato proprio di fronte a Palazzo Carignano, sede del Parlamento Subalpino dal 1848 e di quello italiano dal 1861, il Caffè Ristorante del Cambio ha ospitato tutti i grandi che hanno fatto l’Italia e conserva il tavolo dove sedeva Camillo Benso conte di Cavour, primo Presidente del Consiglio del Regno d’Italia. Ma quando accompagnava i Savoia alla santa messa al Santuario della Consolata, Cavour si recava al Bicerin per attenderne l’uscita: anche qui c’è ancora il suo tavolino.

L’8 febbraio 1848, nelle sale del Caffè Pedrocchi di Padova, studenti e popolani strinsero alleanza, dimenticando le baruffe, per opporsi agli austriaci con una sanguinosa sommossa.

Nei moti di popolo del marzo 1848 di Tommaseo e Manin, il Caffè Florian ebbe il suo battesimo di sangue accogliendo i primi dimostranti feriti in piazza San Marco.

L’Antico Martini – forse perché vi trovò moglie – era tra i ristoranti preferiti del raffinato e pavido comandante militare di Venezia conte Ferdinand Zichy, che i patrioti rivoltosi fecero scappare a Vienna durante i moti risorgimentali del 1848.

Per ricordare che il Boeucc era tra le osterie e i caffè dove i carbonari concepirono i Moti del 1848 a Milano, il suo patron degli Anni Quaranta del Novecento creò l’aperitivo “Quarantott”.

Durante le Cinque Giornate di Milano, Antonio Cova fu nominato capo della barricata contro gli austriaci eretta davanti al suo Caffè Cova, che era all’angolo di piazza della Scala; una palla di fucile fischiò nel locale e rimase per anni in una specchiera.

Il generale Radetzky, nel 1848, in fuga da Milano verso il Quadrilatero a causa dei moti delle Cinque Giornate, accampò l’esercito proprio davanti al cortile dell’Osteria La Rampina.

A Firenze, il 20 marzo 1848, insieme alle altre botteghe, anche Gilli rifornì i volontari toscani che sfilavano in via Calzaioli partendo per la battaglia di Curtatone e Montanara, dove trovarono il più efficiente esercito europeo di Radetzky.

Il 25 luglio 1848, durante la battaglia di Custoza, i piemontesi ripiegarono a Valeggio e qui riattaccarono gli austriaci: l’Antica Locanda Mincio si trovò proprio al centro dei combattimenti.

Sotto l’Antica Offelleria della Meneghina di Vicenza, esiste ancora oggi la cantina – murata – a cui i patrioti cospiratori, durante l’assedio austriaco del 1848, accedevano mediante una botola nascosta dietro il bancone.

“Da questo Caffè Tommaseo, nel 1848, centro del movimento nazionale, si diffuse la fiamma degli entusiasmi per la libertà italiana.” è la lapide fatta apporre dall’Istituto nazionale per la storia del Risorgimento al simbolo triestino.

Il Ristorante Biaggi di Lugano, progenitore del Grand Café Al Porto, per Giuseppe Mazzini fu punto di incontri con patrioti esuli a partire dal 1831 e fino al 1870. Nell’agosto del 1848 era qui con Carlo Cattaneo, entrambi fuggiti da Milano dopo il fallimento delle Cinque Giornate. Da allora, Cattaneo scelse l’esilio a Castagnola – oggi quartiere di Lugano – e lo frequentò spesso.

Cavour concepì di fare del Piemonte lo stato-guida dell’unificazione italiana anche con un’abile politica estera, come la spedizione nella Guerra di Crimea del 1855, affidata al generale Lamarmora, che aveva come cuoco-bersagliere il proprietario del Ristorante Corona di S. Sebastiano Curone.

Su richiesta di Garibaldi, uno dei cinque fratelli che crearono l’Hotel Des Iles Borromées di Stresa, Giovanni Omarini, il 30 maggio 1859 portò in barca il generale Bixio e un drappello di volontari Cacciatori delle Alpi sino alla sponda lombarda del Lago Maggiore per guidare l’attacco al fortino di Laveno.

Nel 1859, il commendator Fantoni, anima dell’omonimo Caffè, creò la “Torta della Pace” in onore dell’armistizio, che venne firmato proprio a Villafranca e che pose fine alla II Guerra d’Indipendenza.

Francesco Crispi, il politico, massone, garibaldino che organizzò la spedizione dei Mille convincendo Garibaldi a guidarla, amava sostare al Caffè San Carlo di Torino, anche quando divenne per due volte Presidente del Consiglio italiano.

Due locali sono legati al generale Giuseppe Garibaldi e alla sua impresa dei Mille che, con lo sbarco in Sicilia occidentale e la successiva conquista dell’intero Regno delle Due Sicilie nel 1860, diede il via alla fase decisiva dell’unità italiana: il Caffè del Tasso di Bergamo Alta, che era punto di reclutamento di garibaldini: dopo il suo trionfale ingresso in Bergamo l’8 giugno del 1859, che poneva fine al dominio austriaco della città, Garibaldi, con un proclama, invitò infatti i giovani a offrirsi volontari per la spedizione in Sicilia e 174 partirono con lui l’anno successivo; l’Antica Focacceria S. Francesco di Palermo, dove la leggenda narra che Garibaldi fece sosta per rifocillarsi durante l’occupazione della città.

2.547 lire e 60 centesimi per 29 chili di marron glacés, 18 di sorbetto, 37 di frutti caramellati, paste, confetture e meringhette: era un memorabile conto di Stratta pagato da conte di Cavour nel 1860 per un ricevimento al Ministero degli Esteri.

Frequentavano certamente la Trattoria detta del Bruxaboschi quei paesani di San Desiderio – oggi quartiere di Genova – che parteciparono eroicamente alle campagne del Risorgimento, infervorati dalle idee che i fratelli Ruffini e Mazzini elaborarono proprio in quel territorio dal 1830 al 1833.

Una targa in bronzo ricorda che, il 26 febbraio 1867, Garibaldi si affacciò al primo piano delle Procuratie vecchie sopra il Caffè Lavena e, salutando Venezia libera, auspicò Roma capitale d’Italia, acclamato dalla folla in piazza San Marco.

Il 7 marzo 1867, dal balcone dell’Hotel Due Torri di Verona, il generale Giuseppe Garibaldi tenne un celebre discorso ai cittadini proprio sull’Unità d’Italia e su Roma e, la sera, venne invitato dalla città a un diner nell’albergo di ben otto portate! Discorso e menu di quel giorno sono conservati al Museo del Risorgimento di Verona