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Quando Quasimodo rimase stregato dal fascino di Amalfi

 

Da un archivio storico spunta una foto in bianco e nero che ritrae due uomini intenti a passeggiare. A un osservatore poco attento potrebbe apparire un’immagine qualunque, ma non è così. L’insegna sullo sfondo è già di per sé decisiva a collocare geograficamente dove è stata scattata: siamo ad Amalfi, nel bel mezzo della scenografica Piazza Duomo, davanti all’ingresso della Pasticceria Pansa. Osserviamo, adesso, l’uomo sulla sinistra, vestito di scuro con cappotto lungo a doppio petto, cappello a bombetta, baffi corti e regolari: è Salvatore Quasimodo, durante uno dei suoi soggiorni nella cittadina costiera, dove giunse per la prima volta il 20 gennaio 1966, invitato dal prof. Giuseppe Liuccio (l’uomo a destra nella foto), all’epoca presidente della locale Azienda di Soggiorno e Turismo.

«Sono a casa mia. Qui respiro aria e profumo della mia Sicilia». Furono queste le prime parole pronunciate dal poeta siciliano, premio Nobel per la letteratura nel 1959, che strinse un rapporto di appartenenza con questa terra profondo e immediato: subiva il fascino di Amalfi, del brulicare di vitalità che si snoda in quel dedalo intricato di vicoletti, rue e supportici medievali, dove i raggi del sole riescono a fatica a penetrare illuminando balconi fioriti, edicole votive e piccole chiese. Agrumeti e limoneti rigogliosi, vanto dell’agricoltura costiera, che, sfidando il terreno impervio, accompagnano ancora adesso il crinale delle montagne che si spingono verso il mare senza soluzione di continuità. E poi gli elementi architettonici di influenza araba, commistione armonica di culture che avranno sicuramente riportato alla memoria le tante analogie con la sua Sicilia. Per Quasimodo, insomma, Amalfi era una seconda casa, un luogo a lui familiare a cui dedicò un elogio.

Qui è il giardino
che cerchiamo sempre e
inutilmente dopo i luoghi
perfetti dell’infanzia.
Una memoria che avviene
tangibile sopra gli
abissi del mare, sospesa
sulle foglie degli aranci
e dei cedri sontuosi
negli orti pensili
dei conventi”

Proprio ad Amalfi, dove era stato invitato a presiedere la giuria di un premio di poesia, il 14 giugno 1968 Salvatore Quasimodo fu colto da un malore improvviso e morì all’Hotel Cappuccini, nelle “stanze aperte al sole della vita, memore della felicità antica che sempre ispirò la sua poesia”.

Anche Quasimodo, pertanto, rientra nel novero di personaggi illustri che erano frequentatori abituali della Pasticceria Pansa di Amalfi, così come Ibsen, Wagner e Longfellow: una lunga storia familiare che dal 1830 ha legato in maniera indissolubile il suo nome a una cittadina e a un’idea di pasticceria che, pur evolvendosi negli anni, non ha mai perso di vista la bussola della tradizione. Locale Storico d’Italia dal 2001, è un piccolo museo dell’ospitalità che assume le forme eleganti della facciata di inizio Novecento, con volte a crociera e arredi d’epoca che fanno da cornice a un’esperienza emotiva prima ancora che di gusto. Ha un certo sapore romantico il pensiero che quegli specchi dorati abbiano assistito ai più grandi cambiamenti della storia d’Italia, osservato il mutare delle mode e dei costumi dell’epoca, riflesso le immagini di intere generazioni di uomini e donne, protagonisti inconsapevoli di quasi due secoli di attività!