Background Image

Le meraviglie di Ascoli Piceno

Cosa c’entra Sisto V con il liquore di Meletti?

 

 

Narra la leggenda che Michele di Notre Dame, meglio noto come Nostradamus, durante un suo viaggio in Italia, essendosi imbattuto in un gruppo di frati francescani, si fosse genuflesso davanti al più macilento ed in apparenza più insignificante di tutti.
Essendogli domandato perché lo facesse, il veggente rispose: “Non dovrei forse inginocchiarmi davanti a Sua Santità?”
Il giovane religioso, molti anni dopo, sarebbe divenuto Papa col nome di Sisto V.
Un’altra leggenda racconta che il Cardinale Felice Peretti da Grottammare avesse fatto credere ai suoi colleghi riuniti nel Conclave di essere molto malato, potendo far sperare in un Pontificato breve, ma dopo l’elezione avesse gettato le stampelle e la maschera, divenendo colui che il popolo romano avrebbe soprannominato il “Papa tosto”.
Dalla città di origine, dove fece edificare una grande basilica, meditò di varcare l’Adriatico guidando una nuova Crociata, ma la morte gli impedì di realizzare tale disegno.
Grottammare è nelle Marche, nei pressi di Ascoli, dove ci siamo recati in pellegrinaggio laico al Caffè Meletti, per degustare ben due bicchieri della famosa “Anisetta”.
Lo storico locale costituisce un classico toponimo della Città, avendo in Italia un solo eguale: il Pedrocchi di Padova.
Altri, come Rivoire a Firenze, Romanengo a Genova, Florian a Venezia o Kalfish a Palermo, si trovano ad un livello inferiore nella gerarchia etilica e gastronomica, esso certamente tipici delle rispettive collocazioni geografiche, ma non connaturati con esse.
La sede stessa dell’Istituzione, collocata sulla piazza del Popolo, ne fa un contraltare più prosaico ma non meno significativo per l’identità cittadina del Municipio e della Cattedrale: entrambi luoghi di riferimento della vita collettiva.

Se mancasse il Caffè Meletti, socializzazione degli ascolani risulterebbe però priva di un punto di riferimento più prosaico rispetto a quello civico ed a quello spirituale, ma egualmente costitutivo dell’identità collettiva.
A questo punto i lettori si domanderanno che cosa c’entra Sisto V con il liquore di Meletti.
C’entra eccome, dato che tanto il Pontefice quanto la tipica bevanda ascolana riflettono bene, l’uno nella sua vicenda e l’altro nel suo gusto, il carattere tipico dei Piceni: un carattere portato allo “understatement”, e che dunque non risalta e non impressiona al primo approccio, ma nasconde l’eccellenza dietro una apparenza non eclatante.
Il pregiato liquido, ad un primo impatto con il palato, non presenta quel gusto aggressivo che è proprio della gran parte dei liquori.
Poi, però, fa restare inebriati, dispiegando tutta la propria potenza, e lascia infine in chi lo beve un senso di forza ben diverso da quella falsa percezione di energia che normalmente deriva dall’ebrezza.

Sisto V, insignificante in gioventù e sottovalutato nell’età matura, si rivelò infine uomo fortissimo, e la conclusione del suo Pontificato portò ad una trasmissione della sua personale energia all’intero corpo della Chiesa.
In questo, il “Papa tosto” rivelò di essere un vero marchigiano, essendo dotato di modestia ed al contempo di energia, di fedeltà alle radici e di grandi visioni.
Quanto alla funzione storica svolta dal prodotto inventato da Silvio Meletti nel 1870, quasi a voler compensare – i Marchigiani erano, e sono tuttora, papalini irriducibili – la perdita del Potere Temporale subita dal compaesano Mastai Ferretti, e mesciuto regolarmente in un apposito esercizio dal 1907, possiamo dire che si tratta forse della prima delle tante attività imprenditoriali fiorite in seguito nella Regione.
Nello storico locale si sono susseguite molte personalità, tra cui Ernest Hemingway, che non poteva mancare dato che c’era di mezzo l’alcol, anche se lo scrittore – in fatto di liquori – preferiva la quantità alla qualità.
La quale non determina soltanto un rapporto tra il prodotto ed i suoi consumatori, ma presuppone in primo luogo un legame con la zona di provenienza.
La “Anisetta” si confezione con l’anice verde, coltivato nei paesini posti sulle colline che da Ascoli degradano verso l’Adriatico,: Offida, Castignano, Rotella e Cosignano.
Le altre bevande derivate dalla stessa pianta possono prescindere dall’uso di questa varietà pregiata: vedi la Sambuca italiana il “Pastis” francese e lo “Ouzo” greco, tutte di qualità inferiore.

A questo punto, dovremmo cambiare argomento e dedicarci alle famose olive ascolane, ma provenendo dal Ponente Ligure – dove le drupe sono piccole e nere – la diversa qualità del frutto, grosso e verde, ingenera in in noi una istintiva differenza, superata comunque dall’approccio con una gastronomia particolarmente sapida, in cui fa spicco la porchetta: specialità che conoscemmo in occasione di una mostra dei prodotti tipici del Piceno svoltasi nell’austera cornice dell’Abbazia di Fiastra.
I turisti che vogliono compiere una visita della Città vengono portati a conoscere le sue splendide architetture rinascimentali, le sue memorie storiche risalenti alle guerre tra Romani e Piceni, proseguite con la lunga fedeltà allo Stato Pontificio, ma anche con le eccellenze enogastronomiche.
Il “tour” si avvale di appositi veicoli, ed il prezzo comprende le degustazioni.
Chi eccede nelle libagioni, può proseguire comunque l’escursione stando seduto: segno di astuzia e di cortesia coniugate nel carattere regionale, e trasfuse nella Corte Pontificia, cui le Marche diedero in tempi moderni l’apporto di personaggi quali Leone XII, Annibale della Genga, Pio VIII, Francesco Castiglioni da Cingoli e Pio IX Mastai Ferretti da Senigallia, l’ultimo Papa Re, qui ancora rimpianto.
Per cogliere un certo “zeit geist” proprio dello Stato Pontificio bisogna recarsi – più che nella cosmopolita Roma, ormai simile alla metropoli decadente dal Basso Impero, tra le abbazie, i palazzi gentilizi e le case rurali di queste parti.

Locali storici d’Italia – Rassegna stampa /www.farodiroma.it -03/10/18